«Il movimento che si era creato intorno a Basaglia fu assolutamente necessario perché i manicomi erano diventati delle carceri», osserva Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano. «Il cambiamento fu favorito dallo sviluppo dei farmaci in grado di controllare molti dei sintomi psichiatrici più gravi, specie le psicosi. Probabilmente – prosegue – sono mancati alcuni aspetti realizzativi delle idee di Basaglia. Vale a dire la costruzione di un sistema che consentisse ai pazienti di vivere fuori del manicomio. Oggi purtroppo il peso di molti dei malati grava sulle loro famiglie». Un altro aspetto da non sottovalutare è legato all’accantonamento della ricerca scientifica e dell’idea stessa di cura psichiatrica operato dalla “cultura basagliana”. «La ricerca nel campo delle malattie mentali – nota Garattini – è tra quelle che hanno fatto meno progressi. Per una questione di complessità delle patologie, anche l’industria farmaceutica investe poco in nuovi medicinali o per studiare più a fondo il problema. E le istituzioni preferiscono finanziare altri campi dove i risultati sono più evidenti. C’è di sicuro una carenza di ricerca di base che dipende sia dalle scarse risorse, sia da un’impostazione culturale che “nega” la patologia e affonda le proprie radici nel movimento legato a Basaglia. Mentre ciò di cui oggi si sente il bisogno è il coraggio di battere nuove vie di ricerca. Lavorando soprattutto sulla prevenzione di depressione e psicosi, sempre più diffuse tra i giovani».
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