E’ stato condiviso dai tanti operatori dell’Emilia-Romagna e di altre Regioni il modello organizzativo che si sta sperimentando in 10 terapie intensive della regione con uno specifico progetto dell’Agenzia sanitaria e sociale. Prevede maggiore apertura alle visite, più relazioni tra operatori e tra questi e i familiari, formazione e comunicazione. Le riflessioni in un convegno a Bologna che ha anche affrontato il tema della proporzionalità delle cure e della fine vita. Un intervento dell'assessore Bissoni.
Bologna, 26 febbraio 2009 - Terapie intensive aperte: un modello organizzativo già applicato in diversi Paesi (Svezia e Inghilterra, Francia, Stati Uniti) che consente un orario più ampio per le visite dei familiari (anche senza indumenti di protezione) e più opportunità di relazione con i professionisti sanitari. In corso di sperimentazione in 10 terapie intensive dell’Emilia-Romagna con uno specifico progetto portato avanti dall’Agenzia sanitaria e sociale regionale all’interno del Programma ricerca e innovazione Emilia-Romagna (PRI-ER), è stato elaborato da un gruppo di lavoro con l’obiettivo di valutarne l’applicabilità in tutto il Servizio sanitario regionale, favorire la comunicazione tra operatori, pazienti e loro famigliari, identificare modalità di assistenza per ridurre il rischio di disagio psicologico dei pazienti.
Questa nuova modalità di intervento è stata condivisa dai tanti professionisti sanitari (dell’Emilia-Romagna e di altre Regioni italiane) che hanno partecipato ad un convegno che ne ha approfondito gli aspetti dal punto di vista degli operatori, dei familiari, dei possibili rischi infettivi, della necessità di formazione.
Il convegno si è svolto il 24 febbraio 2009 a Bologna: la mattinata è stata dedicata alla riflessione sulle “terapie intensive aperte”; nel pomeriggio il confronto è stato sul tema della proporzionalità delle cure; il convegno è stato concluso da un intervento dell’assessore alle politiche per la salute Giovanni Bissoni.
Terapie intensive aperte: il punto di vista degli operatoriGli operatori delle terapie intensive dell’Emilia-Romagna condividono l'opportunità di una maggiore flessibilità e ampiezza nelle modalità di accesso e di accoglienza dei familiari (anche rispetto agli effetti terapeutici positivi che ne potrebbe ricevere la persona assistita), pur esprimendo anche preoccupazioni legate all'organizzazione del lavoro, e in particolare alla necessità che tali cambiamenti siano graduali, in modo da poterne governare gli effetti.
Questo orientamento emerge anche da una indagine – propedeutica all’avvio della sperimentazione del nuovo modello - condotta in 43 terapie intensive della regione nel 2007 dalla quale è emerso che: l’accesso ai familiari è consentito con indumenti di protezione, una persona alla volta, in fasce orarie predefinite; il colloquio con i professionisti sanitari avviene con il medico di guardia o con il medico che segue il paziente.
La possibilità di allargare la sperimentazione del nuovo modello “terapie intensive aperte” a tutte le terapie intensive del Servizio sanitario regionale risulta facilitata dall’organizzazione in rete dei servizi di terapia intensiva, caratteristica per altro comune a tutto il Servizio sanitario regionale dell’Emilia-Romagna.
Dalle relazioni, oltre all’importanza dell’apertura delle terapie intensive (per alcuni con possibilità di regolare gli orari), della disponibilità verso i familiari, di considerare l’opinione del paziente, di lavorare in equipe e in rete, è stato sottolineato come fondamentale prevedere interventi di formazione e di comunicazione per gli operatori e per i familiari.
Terapie intensive aperte: il punto di vista dei familiariNell’ambito dell’indagine 2007 è stato anche sondato il parere di pazienti e familiari sull’assistenza in terapia intensiva all’Ospedale Morgagni-Pierantoni di Forlì (ma l’indagine sarà estesa ad altre terapie intensive della regione): ne è emersa una buona soddisfazione media, con un'importanza particolare data alla competenza del personale medico e alla chiarezza e disponibilità al colloquio.
Dalle relazioni svolte durante il convegno, supportate da indagini effettuate, è emerso che le famiglie delle persone ricoverate in terapia intensiva chiedono di poter visitare i propri cari durante tutta la giornata, più informazioni e quindi più risposte alle loro domande, più relazione con gli operatori.
Terapie intensive e rischio infettivoLa decisione di aprire o meno le terapie intensive non può essere legata a un rischio di trasmissione di infezione da parte di visitatori ai pazienti ricoverati: studi e indagini hanno permesso di verificare che non sono i visitatori a portare all’interno delle terapie intensive microrganismi e dunque non è necessaria alcuna vestizione particolare. E’ invece fondamentale la pulizia delle mani: tutti i visitatori prima di entrare e prima di uscire devono curare l’igiene delle mani (così come la curano gli operatori). L’accesso alle terapie intensive non è ovviamente da permettere a persone che manifestino sintomi clinici. Per la prevenzione del rischio infettivo tre sono le indicazioni emerse, applicate con specifici programmi in Emilia-Romagna: reti tra i professionisti, strumenti di monitoraggio, programmi di intervento e formazione/comunicazione specifici.
Il dibattito seguito alle relazioni si è soffermato sui problemi ambientali (spesso gli ambienti delle terapie intensive non favoriscono la loro apertura), sulla “autoregolazione” dei familiari che diventa spontanea quando gli orari di visita sono liberi, sulla necessità di supporto psicologico per gli operatori in quanto questa figura può essere di grande aiuto per elaborare i problemi relazionali tra professionisti e con i familiari, sulla necessità di formazione per gli operatori (già in atto per la prevenzione del rischio infettivo, in elaborazione per la comunicazione).
Le relazioni sono state svolte da: Rita Maria Melotti (Agenzia sanitaria e sociale regionale) con la presentazione del progetto regionale di umanizzazione delle cure e dignità della persona in terapia intensiva, Francesco Campione (Università di Bologna) con un intervento sul significato dell’umanizzazione delle cure, Matteo Manici (Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma) con la presentazione dell’indagine svolta in Emilia-Romagna, Maria Luisa Moro con la relazione su terapie intensive e rischio infettivo, Rabih Chattat (Università di Bologna) e Giorgio Gambale (Azienda Usl di Forlì) con relazioni sui punti di vista dei professionisti, della persona assistita e della famiglia, Sergio Livigni ( (Ospedale S.Giovanni Bosco Torino) con un intervento sulla formazione e la comunicazione.
La tavola rotonda sulla proporzionalità delle cure e l’intervento dell’assessore BissoniIl problema delle cure e delle scelte di fine vita sono state al centro della tavola rotonda, con una riflessione che ha naturalmente tenuto conto del disegno di legge del Governo sulla dichiarazione anticipata di trattamento/testamento biologico, attualmente in discussione al Parlamento.
Guido Bertolini (Mario Negri di Milano), portando anche i risultati di una indagine sulle scelte di fine vita in 84 terapie intensive nel Paese, ha parlato della “desistenza terapeutica”, cioè della limitazione degli interventi quando non c’è possibilità di interrompere il processo di morte: in queste situazioni occorrono cure palliative e non accanimenti terapeutici. Bertolini ha sottolineato la differenza tra eutanasia (non condivisibile) che è soppressione intenzionale di vita umana e desistenza terapeutica che è accettazione della possibilità di morte quando si verifica l’impossibilità di interrompere il processo di decesso.
Davide Mazzon (Ospedale Belluno e coordinatore fino al 2007 della Commissione nazionale di bioetica) ha posto l’accento sulla libertà di scelta e il rispetto della volontà espressa affermando che il diritto all’autodeterminazione rappresenta il nucleo della dignità umana.
Annalisa Silvestro (presidente IPASVI) ha parlato del nuovo codice deontologico degli infermieri (gennaio 2009) il quale garantisce di dare corso alla volontà espressa dal paziente.
Don Paolo Carlotti (Università salesiana di Roma), citando Habermas, ha parlato del pluralismo etico che caratterizza la comunità e della necessità del credente di partecipare, da credente, al dibattito pubblico. Carlotti ha sottolineato come nessun testamento biologico possa sostituire la relazione medico-paziente. Le scelte di fine vita sono difficili, non ci possono essere norme che esauriscono il problema. Occorre tener conto della tollerabilità da parte del paziente: per stabilirla occorre considerare l’opinione del paziente, ma l’atteggiamento del medico deve essere performativo.
Stefano Canestrani (Università di Bologna) ha considerato importante il contributo del pensiero cattolico alla formazione delle leggi, sottolineando che questo non può vìolare il principio di laicità dello Stato. Per la fine vita occorre sentire la sapienza medica, il sapere sedimentato: su questo il diritto deve legiferare. Citando l’articolo 32 della Costituzione, Canestrari ha detto che la legge deve dare la possibilità di rispondere ad una volontà di un soggetto di rifiutare le cure.
Marco Venturini (Istituto oncologico europeo di Milano) ha sottolineato come la società abbia rimosso il problema della morte e si affidi alla medicina alla quale chiede un messaggio messianico e come, in una tale situazione culturale, diventi difficile parlare di “desistenza terapeutica”.
Nelle prossime settimane saranno messi in linea i materiali illustrati durante il convegno.
http://www.saluter.it/wcm/saluter/news/il_fatto/2009_gennaio_aprile/010_terapie_intens_aperte.htm |