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La comunicazione in oncologia, più
volte dibattuta, studiata, misurata, rappresenta un aspetto lacunoso del
processo terapeutico; default rischioso e ricettacolo, a volte, di varie
improvvisazioni.
In questa breve relazione, alla
luce di alcune esperienze cliniche che di seguito riporterò, traccerò un percorso
che ne identifichi, per certi versi, spazio e profondità.
Comunicare significa soprattutto
rendere noto, mettere in comune, in quanto processo costituito da un soggetto
(o più), che ha intenzione di far sì che il ricevente (o i riceventi), pensi o
faccia qualcosa. In oncologia, la comunicazione, pregna di significati di
ordine logico-cognitivo e affettivo-ambivalente, veicola scelte terapeutiche ed
emozioni, che contribuiranno alla costruzione di modelli di vita completamente
nuovi, per la persona che li deve perseguire. Il sanitario che dà una comunicazione, “introduce” nel
pensiero del suo interlocutore o paziente dettami, incoraggiamenti,
preoccupazioni ed anche disponibilità, compassione, amore, ma a volte
denigrazione, odio, e nei casi migliori “il senso della cura”. In questo caso,
comunicare, significa anche orientare e favorire nell’altro, ovvero nel
paziente, l'instaurarsi di cambiamenti e trasformazioni, non soltanto nello
stile di vita, ma anche nell’immagine corporea e nella rappresentazione di sé
che seguirà.
Quando si affrontano problematiche
di tipo oncologico, l'operatore sanitario è posto di fronte alla molteplicità
dei livelli di comunicazione, che comprendono, fra i vari aspetti, secondo
l’ottica processuale di cui si è fatto cenno prima, un elemento imprescindibile,
che ne stabilisce il gradiente di qualità, e che consiste nella capacità di “ascolto”.
Comunicare ed ascoltare secondo una modalità “relazionale” della cura, “conducono”
ad un livello di consapevolezza maggiore, che attraversa una specificità dell’affettività
“umana”, comunemente realizzabile solo con alcune persone care, raffigurabile
in una coloritura esperienziale, che chiamiamo autenticità. Il momento della “semplice”
comunicazione con i nostri pazienti, viene vissuto con la sensazione di essere
immersi in un campo interattivo, che improvvisamente diventa quasi palpabile: i
sentimenti, le informazioni, i vissuti, i progetti, le consegne, le domande, le
associazioni di pensiero, le aggressività, le difficoltà, la corporeità, ad un
tratto, fanno condensare nell’aria diversi significati; diventano essi stessi
icone di un qualcosa, che può volgere a favore di una relazione di cura o meno.
Ascoltare equivale a sentire, come amplificato, quello che sta accadendo ed, in
questo ascolto, la parte preponderante la realizzano i propri pensieri, i
pensieri dell’operatore sanitario stesso che, legati in parte ai rimandi del
paziente, ed in parte ad una propria “disponibilità”, contribuiscono alla
chiarificazione o confusione di quei significati di cui si parlava prima.
Cosa si comunica, nel momento in
cui si informa il paziente della propria diagnosi?
Quali sono i livelli di
comunicazione che si attivano, e quali modalità ci permettono di poter definire
la nostra attività lavorativa "cura"?
Le molteplici implicazioni
affettive del nostro lavoro, ne definiscono in maniera poliedrica il “senso”.
Gli aspetti della comunicazione
nella relazione terapeutica, come dicevamo, sono veicolati dalle emozioni
vissute dal paziente, legate alla paura della morte, e della perdita di una
parte di Sé, e dalle emozioni vissute nell'ambito della cura dagli operatori
sanitari stessi. Nelle comunicazioni v’è un continuo riferirsi a queste
tematiche, a volte con lievi sfumature, piccole ombreggiature, lievi
inclinazioni della voce, una particolare mimica, una postura, un singulto, una
smorfia; a volte, invece, prevalgono i toni aggressivi, indagatori, paranoici e
sadici. Nei due poli della
relazione, abbiamo il paziente da un lato e l'operatore sanitario dall'altro,
legati da invisibili fili formati da sentimenti, affetti, identificazioni e paure,
elicitati da sentimenti ed emozioni che gravitano attorno alla malattia
chiamata cancro. Le tabelle che riportano, nei vari servizi ospedalieri, la
parola “oncologia” e le divise, risuonano continuamente una eco che pare
sancire, istituzionalmente, una distanza "difensiva", affinchè nessun
"contagio" o contatto relazionale avvenga e, questa parte “invisibile”
della comunicazione, risulti negata emotivamente.
L'individuo che si ammala, anche a seguito di ciò, spesso
vive in solitudine l'esperienza di malattia, sente che la patologia oncologica,
è una malattia che sancirà il "cambiamento della propria esistenza"
forse in maniera irreversibile. In primo luogo, sperimenta che vivere l'esperienza
della malattia oncologica, modifica la concezione ed il proprio rapporto sia
con il mondo esterno che con quello interno: nulla sarà come prima. Si può verificare che alcuni pazienti
si “lascino vivere”, sottoponendosi alle cure con il proprio corpo, annullando
la propria storia, considerandolo come un ostacolo tra "Sè e il
mondo". Altri ancora, riescono
a viversi come “persona”, che ricerca ancora livelli di comprensione di Sè e di
benessere interiore. Nella
relazione terapeutica, tutti questi modi di sentire e vivere la propria
esistenza, si trasmettono all’altro, traspaiono, portano costantemente a
confrontarsi, ed a identificarsi con tematiche legate al proprio ed all’altrui limite
esistenziale, anche se questo, a volte, rimane "inconsapevole". Le
terapie in ospedale, permettono di ridurre la mortalità e le mutilazioni, e di
utilizzare protocolli terapeutici mirati a ciascun paziente, ma l’esperienza
vissuta non attraversa il corpo senza lasciare traccia, gli intensi stati
emotivi attraversano la “persona”, il suo “sentire”, ed il modo di percepire “se
stessi”. La lunga traiettoria terapeutica della chemioterapia, per esempio,
aggredisce sia le cellule tumorali che gli animi.
L'impegno e la competenza professionale nell'ambito della
cura, veicolati dalla comunicazione-ascolto, non possono considerarsi disgiunti
dal vissuto emotivo che costantemente e continuamente si "attraversa";
i bisogni di salute in senso globale, saranno presi in carico dagli operatori
sanitari, nel momento in cui i fatti psicologici saranno integrati a quelli
clinici.
Risulta necessario, allora,
pensare ad una condivisione e costruzione della "cura", fra tutti i
soggetti impegnati nel "processo terapeutico", intendendo con ciò la
cooperazione degli operatori
sanitari, dei loro pazienti e delle loro famiglie, rispetto a livelli di
responsabilità e coinvolgimento differenti, che nel nostro “gruppo di lavoro”
abbiamo chiamato “gruppo-paziente”.
Il lavoro d'equipe nei reparti di
oncologia, dovrà avvalersi di modalità lavorative "integrate",
condivise, supportate da più figure professionali, poiché, da tale condivisione,
si potranno attivare "risorse
nuove”, utili a dare la giusta collocazione ad ogni evento terapeutico. Nella
cooperazione si pone da un lato, il vantaggio di raggiungere il paziente nella
sua "solitudine", e dall'altro, di vedere la cura come un processo
attivo, dove il paziente,
coinvolto nel processo terapeutico, si identifica come "parte
soggettiva" nell'intero iter terapeutico, inteso come quel periodo lungo
di tempo, della propria storia di vita, che va dal momento della
"comunicazione della diagnosi", a quello della "comunicazione
delle procedure terapeutiche", a quello della "comunicazione delle recidive" e,
nei casi più compromessi clinicamente, a quello della fine della vita.
Il curare allora, secondo questa
visione, riporterebbe costantemente e continuamente a considerare i temi della
cura centrati sul paziente, sui familiari e sullo staff, come fondanti le
identificazioni e le “costruzioni” che emergono lungo tutto l’iter terapeutico
della malattia, capaci di contribuire alla dimensione narrativa (elaborazione
dei vissuti) di tutti gli attori compresenti. Il valore del carico psicologico
e relazionale condiviso nelle varie e continue occasioni terapeutiche, saranno
considerati come la materia prima su cui prenderà vita una autentica esistenza.
Sicuramente, la graduale strutturazione
di livelli di comprensione capaci di accogliere lo spessore della sofferenza e
del dolore, non può avvenire casualmente, ma necessita di un “setting attivo”
che ne permetta l’esistenza. Il “gruppo di lavoro” o “gruppo-paziente”
di stampo bioniano, inteso come strumento di elaborazione “trasformativa”, e rivolto
in primo luogo allo staff, muovendo molte di queste dinamiche maturate sul
campo, disvela in tutte le sue sfaccettature la comunicazione di gruppo, le
varie rappresentazioni del paziente, e crea le condizioni per realizzare
l'adeguato "contatto" che chiamiamo "curare".
Uno studio clinico con visione
psicoanalitica gruppale.
Nell’ambito di un progetto di
ricerca presso l’oncologia sperimentale dell’ospedale Civico di Palermo,
rivolto alle pazienti con pregressa malattia tumorale alla mammella, abbiamo utilizzato
un vertice osservativo di intervento di tipo psicoanalitico, ispirato alle
teorie bioniane .
Il progetto “Diana 5” (1),
effettuato in collaborazione con l’ “Istituto Tumori di Milano” ha lo scopo di
ridurre importanti fattori di rischio, attraverso il cambiamento di alcune
abitudini alimentari e dello stile di vita (WCRF 2007). Modificare alcune “abitudini”, risulta
terapeutico perchè, secondo alcuni studi condotti da vari ricercatori in tutto
il mondo negli ultimi trenta anni, il consumo di alimenti di provenienza
vegetale e non industrialmente raffinati, la riduzione dei grassi, la
preparazione del cibo secondo una concezione più salutista, l'attività fisica
anche se moderata, consentono una maggiore protezione dai tumori e dalla
comparsa delle recidive.
Nel Progetto, rivolto a pazienti
che hanno attraversato buona parte dell’iter terapeutico, abbiamo
considerato come punto “nevralgico” proprio il “reclutamento”. Chi riceve una diagnosi di tumore, subisce uno stress
psicofisico a tutti gli effetti, tanto che le reazioni emotive che si dipanano,
possono essere molteplici e differenti, ed in alcuni casi produrre effetti sul
percorso terapeutico stesso. I bisogni psicologici, come il bisogno di
rassicurazione e di vicinanza emotiva da parte dei familiari e dello staff che
cura, il bisogno di ricevere informazioni chiare sulla malattia e di ridefinire
la propria vita quotidiana, il bisogno di mantenere una buona comunicazione,
rappresentano esigenze comuni, accanto alle necessità assistenziali e di cura.
Emozioni come la rabbia, la paura, il senso di colpa, possono prendere la forma
di sintomi ansiosi (insonnia, agitazione, difficoltà di concentrazione) e/o
depressivi (inappetenza, apatia, tono dell’umore deflesso), con preoccupazioni
riguardanti ad esempio l’immagine corporea, la gestione dello stress, la
difficoltà di programmare il futuro. Si tratta di sentimenti non solo normali,
ma anche utili ed alla base della “elaborazione” dell’evento “malattia
oncologica” vissuto.
Negli incontri effettuati in
ospedale, la dimensione relazionale ospedaliera, che durante l’iter terapeutico,
era intesa quasi esclusivamente come fornitrice di linee guida e protocolli
terapeutici, poteva ora essere “vissuta” come uno “spazio” in cui la propria
storia, le proprie abitudini, venivano poste al centro di una riflessione
comune, e dove tutte le “coloriture emotive” si sarebbero
dischiuse. Nei nostri “incontri
in gruppo”, è stata incentivata e “costruita”
la motivazione a ”partecipare” ad un trattamento terapeutico “nuovo”, è stata “sollecitata”
l’attivazione della “progettualità”, che in alcune di loro ci sembrava sopita.
Si sono preordinati 30 incontri
gruppali, a cui hanno partecipato circa 15 pazienti per volta, spesso accompagnate da un familiare per un
totale di 450 persone. L’interesse per prerogative nuove nell’ambito del
proprio benessere, mediate dall’alimentazione e dalla visione unitaria di “Sé stessi”,
hanno contribuito alla
strutturazione della “mentalità orientata alla cura” di tutti i partecipanti,
operatori sanitari compresi. Il valore ed il significato semantico che il cibo assume, hanno permesso di
trasferire l'ordine simbolico della malattia, verso un ordine simbolico in cui il
valore nutritivo, ripropone il senso della vita e del benessere, tanto da
essere considerato come una “terapia”, con valore adiuvante al processo di
cura.
Il progetto ha permesso di
utilizzare uno “spazio ed un tempo” volti a costruire un “tessuto relazionale”
necessario a favorire il percorso narrativo dei vissuti di malattia, ed a
ristrutturare alcune falle, che, secondo una medicina ortodossa, ovvero difesa,
risultano invece “necessarie”.
Operativamente, le dinamiche
relazionali sono state orientate verso l’integrazione, la condivisione e
l’elaborazione dei cambiamenti esistenziali, dovuti alla malattia e alla
compliance. Riteniamo che tale esperienza, seppur limitata nel tempo, possa
considerarsi supportava, per la prevenzione delle problematiche psicologiche
che, a volte, consideriamo più debilitanti della malattia tumorale stessa.
Rivolgendoci, ora, alla
specificità del valore terapeutico, e del concetto di cura in senso psicoanalitico,
in “Esperienze nei gruppi” (1961),
Bion parla di malattie (diseases) che «si manifestano nell'individuo, ma
hanno delle caratteristiche che dimostrano chiaramente come sia il gruppo più
che l'individuo ad esserne affetto» (p. 110).Queste «“malattie
di gruppo” (group diseases) trovano la loro matrice nel sistema protomentale,
sono cioè funzione del gruppo e devono essere studiate in questa sede. »
Nella nostra esperienza, sono “ricomparsi”,
sulla scena terapeutica ospedaliera, alcune categorie di pensiero che per molto
tempo non si “ritrovavano” più. Ha ripreso quota la possibilità di riunirsi per parlare di un progetto
di cura, si è dato credito alla possibilità che le pazienti potessero “frequentare”
l’ospedale per ricevere informazioni, per parlare di loro, e non solamente per
riferirsi ad un sintomo specifico.
Le interazioni dinamiche
durante gli incontri, ci davano spesso, fino a qualche tempo fa, la sensazione
di condurre una esperienza quasi “trasgressiva”, e sicuramente innovativa. La immissione
nel “campo gruppale” se da un lato poteva trovare sprovvisto di “difese”
l’operatore sanitario, dall’altro poneva altresì le pazienti ad un contatto
relazionale diverso, nuovo e anch’esso sprovvisto di difese. Vi erano due tipologie di configurazioni motivazionali: chi “voleva
curare”, e chi invece “voleva farsi curare”, immersi in un contesto di cura
completamente nuovo, legato a presupposti diversi, dove le modalità d’incontro,
avevano “per la prima volta” un aspetto più conviviale, pragmatico, interattivo
e speculare.
Il modello psicoanalitico
di stampo bioniano, utilizzato come modello di conduzione degli incontri, ha
dato spazio a questa nuova visione terapeutica, ed ha favorito l’integrarsi di
percorsi terapeutici, provenienti da modelli di riferimento diversi (medico,
biologico, teorico-psicologico).
Il gruppo di lavoro (formato
da più figure professionali: 3 biologi dirigenti, 2 biologi borsisti, 1
statistico informatici, 1 tecnico informatico, un medico oncologo, una
psicoterapeuta) durante le varie fasi operative di preparazione del progetto
stesso e le riunioni di staff, si è “centrato” molto sulle difficoltà
comunicative che si incontravano, sulla inevitabile trasparenza di aspetti
affettivi che, in un certo qual modo, in un primo momento sembravano “ostruire”
la fluidità e, tutto sommato, la linearità del progetto stesso. Potere
ricorrere alla lettura “affettiva” di queste difficoltà ha permesso, in primo
luogo, di accettare e fare proprie le caratteristiche simbolico-motivazionali
dell’interazione “umana” e, in definitiva, tenere presente che, nelle
situazioni di diretta interazione con i pazienti, si conduce una dimensione
dell’esperienza completamente diversa. Il soggetto immerso in un gruppo esprime
le proprie “comunicazioni” (affettive, difensive, operative, di cura, etc.), in
una maniera più “tangibile”, con pochissime possibilità di nascondimenti. Il “processo
esperenziale” avvenuto nel gruppo di lavoro è stato abbastanza difficile e
tumultuoso; il dovere necessariamente vivere attraverso il contatto con il
paziente, risonanze affettive dovute all’esperienza di malattia, non è stato
facile, e siamo tuttora al lavoro. Tale “comprensione” ci sembra, peraltro, la indispensabile
base, per consentire la “pensabilità” di una esperienza come l’ammalarsi di
cancro, che, nella sua “drammaticità”, sia dal punto di vista biologico che psicologico, nega ogni
diritto di cittadinanza a pensieri più “costruttivi”, orientati alla moderna
ricerca ed alla validità delle cure.
« “La
sofferenza psichica, la possiamo considerare derivante da un eccesso di
situazioni traumatiche che hanno determinato più stimoli sensoriali di quanti
si potessero digerire. In casi più gravi, la sofferenza deriva da una
difettualità dell'apparato per pensare i pensieri che è rimasto ipotrofico
rispetto al compito di continua rielaborazione cui è costantemente chiamato; in
casi ancora più gravi, la sofferenza deriva invece da una carenza dello stesso
apparato (funzione alfa) deputato alla formazione dei pittogrammi emotivi,
delle immagini di esperienze percettive. » (Bion
1962, 1963, 1965).
(1) Riferimenti:
Progetto Diana 5, Studio randomizzato e controllato per valutare
l’efficacia della dieta e della attività fisica nella riduzione del rischio di
recidiva di carcinoma mammario e sulla base di parametri ormonali e o
metabolici, condotto dal dr. Franco Berrino, Fondazione IRCCS INT, Milano, in
collaborazione con numerosi centri oncologici italiani (Tra i quali l’ Oncologia
sperimentale di Palermo. ARNAS Ospedale Civico Palermo. Responsabili del
progetto dr. Giuseppe Carruba e dr.ssa Adele Traina. Psicologa di supporto del progetto: dr.ssa Cecilia
Dolcemascolo, Palermo)
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