L’anestestetico inalatorio alogenato è il farmaco essenziale
dell’Anestesia Bilanciata per il mantenimento intraoperatorio dell’ abolizione
della coscienza e dell’ amnesia.
L’oppioide è il farmaco essenziale
dell’Anestesia Bilanciata per il mantenimento intraoperatorio dell’analgesia.
L’analgesia, la più importante proprietà farmacologica
degli oppioidi, può essere di tipo sovraspinale
(mediata dai recettori μ), spinale
(mediata dai recettori κ) e modulata
perifericamente ( mediata dalle molecole dell’acido arachidonico e dalle prostaglandine
).
Tipicamente l’analgesia da oppioidi è di tipo sovraspinale; gli effetti collaterali
quali la depressione respiratoria e l’ileo intestinale sono anch’essi correlati
all’attività del recettore μ.
L’ affinità di un oppioide per il recettore μ, ne condiziona la “potenza” analgesica.
Un’elevata densità di recettori tipo μ-1 è stata rilevata in aree encefaliche molto importanti per la
modulazione centrale del dolore quali: l’ipotalamo, il corpo striato, la
sostanza grigia periacqueduttale. (1)
L’analgesia da oppioidi di tipo squisitamente spinale
è mediata dai recettori κ ma, in considerazione di un’elevata presenza lungo
il midollo spinale di recettori di tipo μ-1, si suppone che anche
l’attivazione di questi ultimi giochi un ruolo importante nel determinismo
dell’analgesia spinale. (2)
L’oppioide
di riferimento per la valutazione delle nuove molecole nella pratica
anestesiologica, resta tutt’ora il Fentanyl (3) molecola a tut’oggi
di larghissimo impiego nella pratica anestesiologica.
Se
consideriamo l’affinità per il recettore μ-1 la caratteristica fondamentale per stabilire la
potenza analgesica di una molecola, tra sufentanil, fentanyl, alfentanil e remifentanil,
il più potente risulta il
sufentanil.
Quando
si determina la concentrazione plasmatica di ciascun oppioide necessaria a ridurre del 50% la MAC dell’ isoflurano, la
potenza relativa di sufentanil – fentanyl – remifentanil – alfentanil , è pari
a 1:10:10:80. (4)
Nella
miriade di parametri e modelli farmacocinetici che inondano gli anestesisti,
con cui è francamente difficile avere dimestichezza malgrado le ovvie ricadute
nella pratica anestesiologica comune, sono stati coniati nuovi concetti, quali:
“sito effettore”, “tempo di equilibrio plasma/sito
effettore”, “emivita contesto – sensibile
(CSHT)”, “tempo di decremento alla sospensione della somministrazione del farmaco” che tuttavia, devono essere “interiorizzati”
dall’anestesista, poichè quando dovrà scegliere il farmaco più adatto da
utilizzare in base alla tipologia
del paziente e dell’intervento chirurgico, sono proprio le
caratteristiche farmacocinetiche che condizioneranno la scelta di un farmaco
anziché di un altro..
La
difficoltà dell’applicazione clinica di questi concetti dipende dall’impossibilità
attuale di una misurazione “istantanea” della concentrazione plasmatici degli
oppioidi, fatto che limita la diffusione delle tecniche di TCI nella TIVA.
Ciò
non accade con gli anestetici alogenati poichè nelle moderne workstation di cui
sono dotati i ventilatori modernamente in uso nelle sale operatorie, è
possibile la misurazione “respiro per respiro” della frazione inspirata e
sopratutto della MAC e della frazione espirata dell’alogeno, stima certa di
quanto dell’alogenato da noi erogato al paziente, è effettivamente passato nel
suo tessuto cerebrale: controllare l’anestesia generale inalatoria vuol dire
infatti, controllare la concentrazione dell’alogenato nel tessuto cerebrale.
In
ragione di ciò sono state sviluppate con l’ausilio di modelli matematici vere e
proprie “tabelle” grazie alle quali noi sappiamo che a quella data quantità di oppioide in infusione continua, espressa in
ml/h sulla siringa elettrica e
calcolata in base al peso del paziente, corrisponde quella data concentrazione plasmatica in μg/ml, che garantisce un adeguato livello di analgesia
per quel paziente.
La
validità delle tecniche di TCI va
dunque vista alla luce di tre fattori fondamentali:
-
la somministrazione
endovenosa di un oppioide potente mediante TCI è risultata più sicura rispetto
ad una tecnica controllata manualmente (5).
-
la somministrazione
endovenosa dell’oppioide a dosi basse e costanti è il presupposto per una
corretta esecuzione dell’anestesia bilanciata. (6).
-
la somministrazione di
oppioidi ( e se vogliamo, di tutti i farmaci impiegati nella conduzione
dell’anestesia generale), con emivita
fortemente “contesto – sensibile”
non dovrebbe prescindere da una modalità “target – controllata” onde
scongiurare i fenomeni legati all’ “accumulo” del farmaco. (7).
-
Lo studio dell’ associazione oppioide/anestetico alogenato e del corretto rapporto
tra i due farmaci, riguardo ai rispettivi dosaggi da utilizzare in corso di
anestesia generale bilanciata è di recente attuazione e di ancor più recente
acquisizione. Infatti tali studi sono strettamente correlati alle acquisizioni
scientifiche inerenti i diversi tipi di
MAC proposti per la valutazione della potenza anestetica degli alogenati e
in che modo essi sono influenzati dalla contemporanea somministrazione di
oppioidi.
Appena
un decennio addietro l’anestesista conosceva un solo tipo di MAC: la MAC
50, intesa come la “Minima
Concentrazione Alveolare di
anestetico necessaria ad abolire la risposta motoria nel 50% dei soggetti
all’incisione chirurgica”. Attualmente sono disponibile diversi tipi di MAC
per stabilire la potenza anestetica di un alogenato, da solo o in associazione
ai farmaci oppioidi: la MAC 95, la MAC awake 50 e 95
, la MAC – bar 50 e 95, ne
sono un esempio. Per saggiare la potenza di un anestetico alogenato in
associazione con oppioidi per esempio, è risultata fra tutte più idonea, in
quanto maggiormente vicina a ciò che riguarda un livello squisitamente “chirurgico”
di anestesia, la MAC – bar 50 e/o 95, introdotta da Roizen e intesa come la “Minima concentrazione Alveolare
in grado di abolire la risposta adrenergica rispettivamente nel 50%
e nel 95% dei pazienti, alla stimolazione chirurgica”
Parametri
come la MAC awake sono meno utili per la valutazione di un anestetico alogenato
in presenza di contemporanea somministrazione di oppioidi, poiché riguardano
l’abolizione dello stato di coscienza e l’amnesia intraoperatoria, condizioni in
cui l’impiego di oppioidi ha scarsa rilevanza clinica. (8) .
Gli
studi fin qui condotti hanno dato risultati univoci indicando che il
contemporaneo impiego dell’oppioide riduce significativamente il MAC-bar ( da
57% a 84%) dell’anestetico alogenato, anche a basse concentrazioni plasmatiche
( comprese fra 1 – 3 μg/ml ). (9)
La
riduzione del MAC-bar degli alogenati appare simile sia per il desflurane che
per il sevoflurane e si verifica già a bassi dosaggi plasmatici di fentanyl o
remifentanil compresi fra 1 – 3 μg/ml. Oltre i 3 μg/ml di fentanyl o
remifentanil la concentrazione alveolare di desflurano o di sevoflurano non
decresce ulteriormente all’aumentare della concentrazione di oppioide: 3 μg/ml
è un “tetto”, una “soglia”: varcarla non produce riduzioni di MAC-bar. (10)
In
parole semplici, usare contemporaneamente l’oppioide, a “basse” dosi, consente
di ridurre notevolmente la concentrazione di alogenato nella miscela inalata,
ma,cosa ancora più importante per le ovvie ricadute sulla pratica
anestesiologica quotidiana, è che l’incremento delle concentrazioni di
oppioide, non produce ulteriori e significative riduzioni del MAC-bar,
suggerendo un “effetto – tetto “ o “ceiling – effect” dell’oppioide. (10)
Il
valore di MAC – awake, a differenza
degli altri indici, si modifica poco
in presenza di contemporanea infusione di oppioide, indicando una scarsa efficacia degli oppioidi nell’abolire
quelle sensazioni afferenti, tra cui gli stimoli acustici, in grado di produrre
l’ awareness, ossia il risveglio intraoperatorio del paziente. Ecco
perché se in corso di anestesia generale bilanciata riduciamo oltre una certa
soglia ( misurabile con la frazione espirata o “end – tidal” di alogenato) la
percentuale di anestetico inalatorio presente nella miscela gassosa inalata,
incrementando il dosaggio dell’oppioide, rischiamo di provocare l’awareness del
paziente che, in gergo, “è analgesizzato, ma sveglio”. Inoltre ciò rende ragione della “non –
correttezza” di utilizzare l’infusione di oppioidi, considerandola “off – label”,
durante analgosedazioni per interventi di breve durata in respiro spontaneo (
la c.d. “Monitored Care Anestesia” o MAC ), con lo scopo di deprimere anche lo
stato di coscienza, poiché si potrebbe ottenere paradossalmente una condizione
nella quale il paziente, reso
difficilmente “contattabile”, diviene ancor meno collaborante e può manifestare
insufficienza respiratoria.
A
tal fine, in corso di anestesia bilanciata, l’ associazione anestetico alogenato / oppioide deve basarsi su una scelta di concentrazione
alveolare di anestetico che non sia inferiore al valore di MAC awake 50 che,
per il desflurane è 2.5% e per il
sevoflurane è 0.65%.
Con
riferimento invece alla correlazione tra concentrazione plasmatica di fentanil
e concentrazione alveolare di sevoflurane, ( studiata da Katoh utilizzando come
parametro di riferimento la MAC – bar 50), al raggiungimento di concentrazioni
plasmatiche di fentanil pari a 1.8 – 2 ng/ml, la concentrazione alveolare di
alogenato corrisponderà a un valore di 1.2
– 1.4%.
Impiegando
il remifentanil, al raggiungimento di concentrazioni plasmatiche di 3 ng/ml, la
concentrazione alveolare di sevoflurane corrisponderà a un valore di 0.8 – 1%.
Nel
caso in cui venga scelto di portare la concentrazione plasmatica del fentanil o
del remifentanil a 4 ng/ml, l’equivalente concentrazione alveolare di alogenato
che permette di ottenere il valore di MAC – bar, risulta di 0.5%. “Bene”- diremmo noi - di fronte a una così drastica
riduzione della % di alogenato nella miscela inspirata, ma – ahimè - a queste due concentrazioni, né
l’oppioide né l’alogenato sono in grado di garantire una completa abolizione
della coscienza ed è quindi possibile incorrere in una situazione di awareness
perché in ogni caso la concentrazione alveolare di alogenato deve essere
mantenuta al di sopra della MAC awake 50 e quindi > 0.65% per il sevoflurane e 2.5% per il
desfurane. (9, 10)
In
altre parole, un corretto equilibrio fra alogenato ed oppioide si ottiene stabilendo
“a priori” una concentrazione alveolare di anestetico alogenato adeguata
a non permettere il recupero intraoperatorio della coscienza (MAC-awake) e poi, sulla base di questa
scelta, si potrà bilanciare l’apporto di analgesico oppioide.
I
valori plasmatici di analgesico possono essere ottenuti mediante regimi di perfusione
basati sui dati farmacocinetici elaborati da appositi programmi o attraverso
schemi posologici come quelli indicati da Shafer et al. (11)
Se
il paziente mostra segni di anestesia non adeguata è preferibile aumentare
la concentrazione di anestetico inalatorio in quanto il suo aumento
ha un minor effetto sul tempo di risveglio rispetto ad un aumento dell’oppioide
e non si incorre nel rischio di awareness.(12)
Basse
concentrazioni plasmatiche di analgesico sono sufficienti per controllare i
riflessi causati dagli stimoli algogeni in quanto permettono la saturazione dei
recettori di questi farmaci ed evitano che fenomeni di redistribuzione ( specie
quando si utilizza il fentanil invece del remifentanil), determinino
depressione respiratoria postoperatoria (13); si riduce inoltre l’incidenza di nausea e vomito
postoperatori (PONV), e l’ effetto
depressore che gli oppioidi a dosaggio elevato provocano sulla peristalsi
intestinale , specialmente dopo chirurgia addominale maggiore.
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