Cast: Margherita Buy, Gaetano Bruno, Giovanni Ludeno, Antonia Truppo, Guido Caprino, Salvatore Cantalupo, Maria Pajato; drammatico; Italia; 2009;
Drammatico; Italia; 2009; dur. 1h e 36’
Dall'omonimo romanzo di Valeria Parrella
Vincitore del premio Pasinetti del Sindacato Giornalisti Cinematografici al Festival Internazionale del Cinema di Venezia 2009.
IL FILM:
È una donna emancipata, una che spesso cammina da sola, s’innamora sempre degli uomini sbagliati e magari abbandona quelli giusti senza un valido motivo.
Dapoco si è trasferita a Napoli, dove insegna in una scuola serale ad una classe diadulti che studiano per la licenza media, mentre di solito nel pomeriggio va alcinema per combattere la solitudine. Ed è proprio qui che s’imbatte in Pietro, con cui intreccia l’ennesima relazione senza futuro, che s’infrange appunto quando laprotagonista si scopre incinta e decide di far nascere il bambino, anche se da sola
Purtroppo il parto è prematuro e la bimba si ritrova confinata nel limbo bianco di un’incubatrice per i prossimi tre mesi, in attesa di diventare abbastanza forte da nascere per davvero: fuori dalla parete di cristallo ad attenderla c’è Maria, ovvero una donna il cui maggior limite è proprio l’incapacità di aspettare: nonostante questo non può far altro nei successivi novanta giorni, così giocoforza aspetta che la bimba che ha chiamato Irene nasca, oppure muoia.
Inizialmente Maria chiude ogni ponte con l’esterno e talvolta spera così ardentemente che il limbo in cui vive possa sbloccarsi da augurarsi che qualcosa cambi comunque, anche se in negativo, così da consentirle di tornare a vivere. Infine la protagonista dovrà aprirsi nuovamente agli altri, accettando la condizione della figlia e imparando a desiderare la maternità con tutta se stessa.
Talvolta, come lei stessa razionalizzerà a beneficio di un vecchio studente nel corso degli esami, uno spazio bianco è necessario per ripartire e finire il lavoro, oppure per ricominciare a vivere. La regista Francesca Comencini ha letto l’omonimo romanzo della scrittrice napoletana Valeria Parrella ed è rimasta letteralmente folgorata da questa meravigliosa storia tutta al femminile: nella traslazione sul grande schermo l’autrice di Carlo Giuliani, ragazzo ha trovato un supporto essenziale nella solita Margherita Buy, che nel ruolo di Maria si rivela semplicemente perfetta, dando corpo e sentimenti ad una figura di donna intensa da far male. Da segnalare anche la strepitosa colonna sonora, che accompagna una storia a tratti insostenibile come Lo spazio bianco.
Francesca Comencini ritorna alla regia di un nuovo e drammatico film sulle donne di oggi, divise tra il lavoro e i sentimenti. “Lo spazio Bianco” ha riscosso il plauso del pubblico e della critica del Festival di Venezia, e uscirà al cinema il 16 ottobre. In occasione dell’anteprima romana, la regista è stata invitata alla Casa del Cinema per una conferenza Stampa.
Perché hai sentito la necessità di trasformare questa storia in film?
Francesca Comencini: Ho letto il libro subito, appena è uscito credo, per curiosità di lettrice, perché avevo sentito un’intervista di Valeria per radio e sono andata a comprarlo. L’ho amato molto ma in un primo momento non ho assolutamente pensato al libro per fare un film. Amo molto la letteratura e mi piace leggere i libri…non mi viene mai in mente di usare un libro per un film. Poi devo dire la verità, sono stati Domenico Procacci e Laura Paolucci proprio poche settimane dopo che avevo finito di leggere il libro che me ne hanno parlato e mi hanno dato l’idea di trarne un film. Ci sono tanti motivi per cui ho sentito questo desiderio molto forte di adattare questo libro. Prima di tutto, mi piaceva poter parlare di maternità e di parlarne al femminile rendendomi conto che di maternità, di nascita, ne parlano in tanti e se ne parla spesso in maniera ideologica o molto retorica, ma ne parlano pochissimo le donne. L’altra cosa, è stata il desiderio di fare il ritratto di un personaggio secondo noi meraviglioso, quello di Maria, un ritratto di una donna di quarantadue anni.
Nel film racconti la storia di una donna che deve fare una scelta difficile e coraggiosa: portare avanti una gravidanza da sola. Si mette in discussione la maternità e il concetto di famiglia moderna?
Si può aprire un discorso più ampio sul significato di famiglia. Una donna che cresce un figlio da sola è una famiglia, così come lo sono le famiglie allargate, e i bambini che crescono in questo ambiente non sono orfani, come, con tutto rispetto, ha detto il Papa a Praga. Cresco da sola tre figli, e non penso siano orfani. Questa è la realtà di oggi, anche in Italia: i bambini crescono con varie tipologie di famiglie, e non per questo sono danneggiati. Ci sono famiglie allargate con ottimi genitori e altre con pessimi, proprio come nelle famiglie considerate modello. Per quanto riguarda me, penso che la legge 194 debba essere difesa, e la diffusione della pillola del giorno dopo aiutata il più possibile. Non credo che le donne che interrompano volontariamente la gravidanza siano assassine, sono anche io per la vita, ma in modo diverso. La mia famiglia non è quella difesa dai Family day e non accetterò mai che sia considerata di serie B.
IL Libro da cui è tratto il Film: Recensione
Una donna in un limbo d’attesa
“Un feto sta dentro l’utero,un bambino nasce dopo nove mesi di gravidanza. Quello che io vedevo nella sala di terapia intensiva non era niente di questo...”.
Lo spazio bianco è il territorio dell’attesa; un territorio che Maria è costretta ad attraversare aspettando sua figlia Irene,sospesa tra la nascita e la morte.
Una gravidanza tardiva, arrivata per caso e un uomo che si dilegua rapidamente, incapace di affrontare il cambiamento; Maria ha quarantadue anni, vive a Napoli e insegna di sera Dante e i Promesi sposi "...
a giganteschi camionisti che faticano ad infilarsi nel banco.." Poi una sera tornando a casa si sente male, ma è troppo presto, si dice. Irene nasce ma deve crescere fuori dal ventre della madre: una gestazione “esterna” e medicalizzata, una maternità che cresce denutrita di pelle e odore; fatta di prognosi sospese e di sguardi angosciati nel tentativo di leggere i segni.
Valeria Parrella scrive un romanzo che ha la densità di un racconto: poco più di cento pagine di una scrittur frammentata da spazi bianchi, in cui all’ascolto dei ricordi si mescolano le riflessioni, tra tenerezza, rabbia e sarcasmo, di una donna che con forza custodisce la vita.
Il reparto di terapia intensiva è un luogo sospeso dove, chiuso tra mura, si consuma il conflitto con le istituzioni. Uno spazio impermeabile dove in teche luminescenti sono distesi bambini non ancora, completamente nati e dove il
tempo è dilatato e governato da un’attesa che proseguirà anche dopo, aspettando,
se andrà bene, il momento dei primi passi, delle prime parole per verificare i possibili danni.
Maria parla linguaggi diversi: è colta e al tempo stesso popolare; concreta e caparbia, porta con sé la saggezza di una vecchia e la forza vitale di una ragazzina. Maria è la sua città, Napoli. Una città che fa da quinta al mondo chiuso e incerto dell’ospedale, ma la cui anima irrompe, con potenza, attraverso Rosa, Mina e le altre: combattive compagne di strada, dalla ruvida tenerezza; un coro femminile che infrange la solitudine di Maria.
Un romanzo intenso, dalla scrittura alta, fatta di parole precise; un racconto in prima persona, che ha l’autenticità di una storia vissuta, di un dolore provato e di una nascita compiuta.
Valeria Parrella, Lo spazio bianco, Einaudi, 2008, pp .112, € 14,80.
Modificato da:
Recensione di Fabrizia Centola - Pubblicato martedì 29 settembre 2009
http://www.nonsolocinema.com/stampa18213.html
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